Bari: porta d’Oriente e capitale bizantina

Bari, per quasi due secoli, fu il principale centro e la sede della massima autorità bizantina nei territori occidentali dell’Impero romano d’Oriente. Dopo la fine dell’emirato arabo e una breve parentesi longobarda, nel 876 la nostra città diventò il capoluogo del “Thema di Longobardia”, provincia che comprendeva la Puglia e i territori campani sino a Benevento contesi ai principati longobardi. Il Thema era governato da un funzionario imperiale detto stratega. Nel 970 Bari divenne la sede del Catapanato d’Italia retto da un nuovo funzionario d’alto rango: il Catapano che aveva giurisdizione su tutti i possedimenti bizantini nella penisola italica. Spesso tali incaricati appartenevano all’aristocrazia della corte costantinopolitana o erano imparentati con la famiglia imperiale.

Il dominio bizantino si protrasse sino al 1071, quando ebbe fine a causa della conquista normanna. È di questi due secoli di storia che tratta il libro di Nino Lavermicocca (già Direttore Archeologo presso la Sovrintendenza Archeologica della Puglia) “Bari bizantina Capitale mediterranea” (edizioni di Pagina, pp. 138, euro 11,00). È un periodo storico al quale i pur grandi medioevalisti di casa nostra (Musca, Corsi, Porsia, Licinio) non hanno mai dedicato una trattazione autonoma e bisogna dare atto e merito a Lavermicocca d’aver raccolto tale sfida ed averci regalato questo agile volumetto che si legge con piacere grazie alla collaudata capacità dell’Autore di illustrare la storia, l’arte e l’archeologia in modo fluido e chiaro.

Ma come si presentava la Bari bizantina? Era una città che poteva contare una popolazione tra i 15 e i 20 mila abitanti, era governata da un Catapano (un governatore pressoché assoluto sia in campo civile che in quello militare) che tuttavia applicava le norme del diritto longobardo, rispettando così gli usi e la consuetudine locali. Era una città plurietnica e multireligiosa: c’erano Greci, Longobardi, Armeni, Siri, Arabi, Slavi, Ebrei, genti d’Oriente e d’Occidente. Era tra i principali porti del Mediterraneo, vera porta verso l’Oriente, con una notevole presenza di mercanti locali, ma anche forestieri: veneziani, amalfitani, ravellesi. Importantissima fu la “Crisobolla” dell’imperatore Basilio II, un accordo politico-commerciale tra Bisanzio e la Serenissima, in base al quale nel 1002 il doge Pietro II Orseolo con cento navi veneziane venne a liberare Bari dai Saraceni. Una città che aveva il centro del potere amministrativo e politico nel Palazzo del Catapano (il palazzo pretorio ubicato laddove oggi sorge la Basilica di San Nicola) a cui faceva da contraltare l’Episcopio, sede del potere religioso. Bari in epoca bizantina era ricca di chiese intitolate ai santi orientali (Demetrio, Gregorio, Eustrazio, Sofia, Pelagia) che stanno affiorando negli ultimi tempi dalle viscere della città antica. Tra il X e l’XI secolo tali chiese dovevano essere intorno ad una cinquantina. Di quasi una decina di queste sono stati ritrovati i resti, venuti alla luce a seguito di indagini archeologiche: da palazzo Simi alla Cattedrale, da Santa Maria del Buon Consiglio ai SS. Giovanni e Paolo all’interno di Santa Scolastica, da S. Apollinare nel castello al Carmine, a San Felice sotto l’odierna San Michele. Spesso sugli edifici sacri bizantini furono innalzati nuovi templi cristiani in epoca romanica o successiva. Lavermicocca si sofferma anche sugli aspetti della vita quotidiana, la società e l’economia attraverso il vaglio di documenti e oggetti del tempo giunti sino a noi e lo studio di quello che è rimasto dell’architettura e dell’arte bizantina, sovente reimpiegato in costruzioni di epoca posteriore come la Cattedrale e San Nicola.

Il periodo bizantino fu per Bari indubbiamente assai florido e merita di essere meglio ricordato, magari con l’istituzione di un museo bizantino come propone Lavermicocca. Tuttavia esso ebbe anche degli aspetti e delle ripercussioni negative – a dire il vero non riportati dall’Autore – come il malgoverno dei funzionari bizantini, la politica fiscale sempre più asfissiante che finiva con l’immiserire le popolazioni, l’incapacità dei Greci di impedire le scorrerie dei Saraceni. Tali situazioni determinarono il sorgere di un partito con sentimenti antibizantini che sfociarono nella rivolta capeggiata da Melo (1009). Nel 1071 i Normanni con Roberto il Guiscardo causarono la fine del governo bizantino a Bari, un Impero, quello d’Oriente, giunto ormai al suo epilogo anche a Costantinopoli minacciata sempre più dai Selgiuchidi.

Ma cosa è rimasto dell’epoca bizantina? Quale eredità ci ha lasciato? A parte alcune rare pergamene, i resti delle chiese, i materiali di reimpiego visibili all’interno di San Nicola e la Cattedrale, resta la memoria nella toponomastica della città vecchia, in molte feste, consuetudini e dolci. Basti pensare alle cartellate (dal greco kartelàs, cestino). Alcuni cognomi baresi sono di palese origine bizantina: Anaclerio, Armenise, Amoroso, Basile, Caradonna, Catapano, Calò, Romanazzi, Maurogiovanni, Poliseno, Zema. Così come alcuni termini dialettali: il terrazzo (uàskr, da òstraka, tegole), la melagrana (séte), il fico secco (chiacùne), la mandorla (amìnue), la civetta (kekkevàsce), il facchino (vastàse), i fioroni (kelùmme) ed altri ancora.

Bari bizantina è un libro di agevole e interessante lettura per scoprire (o riscoprire) la storia medioevale della nostra città.

Vito Ricci